Il nobile ottuplice sentiero (Arya ashtangika marga)

È il “che cosa” della quarta nobile verità: l’insieme delle otto azioni giuste (si intende: proficue, utili, che aiutano) che conducono all’estinzione della sofferenza.
Ogni buona pratica non è chiaramente slegata dalle altre, ma le contiene tutte, formando alla fine un corpo vivente unico, come tanti fili diversi formano una solida fune.

È importante, e molto, notare che in questo contesto la parola retto o giusto non è un giudizio morale o uno standard arbitrario imposto dall’alto. Giusto significa proficuo, che serve, lineare e che porta beneficio.
Dobbiamo quindi osservare con mente aperta e buon senso cosa è davvero benefico e utile e cosa appare benefico solo in teoria. Praticare significa sperimentare di continuo: non attaccarsi a un sistema di visione e di azione.

Il Buddha ha spiegato il Nobile Ottuplice Sentiero nel suo primo discorso di Dharma, come ha spiegato le Quattro Nobili Verità.
Questi otto strumenti racchiudono l’ideale morale e pratico della vita buddista e hanno lo scopo di purificare il pensiero, la parola e l’azione per far cessare avidità e attaccamenti che fanno sorgere e mantengono viva la sofferenza.

Thay spiega le 4 Nobili Verità e il Nobile Ottuplice Sentiero nel libro:
“Il cuore dell’insegnamento del Buddha – Le Quattro Nobili Verità, l’Ottuplice Sentiero e gli altri insegnamenti principali del Buddha nella loro attualità”
ed. Neri Pozza, 2000.

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1. Giusta visione (Samyag drishti)
La giusta visione è anzitutto una comprensione profonda delle 4 nobili verità.
Il Buddha la definì come avere fiducia e confidare nel fatto che esistono persone che sono state capaci di trasformare la loro sofferenza.

Shariputra, uno dei suoi migliori allievi, aggiunse che la Retta Visione è l’abilità di distinguere i “semi positivi” in noi da quelli negativi, e quali nutrimenti stiamo dando agli uni o agli altri. Una favola ci racconta di un vecchio Cherokee e di suo nipote ed è un racconto breve che chiarisce molto bene il concetto espresso da Shariputra.

Il vecchio disse:
“Ci sono due lupi in ognuno di noi.
Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, menzogna ed egoismo.
L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”

Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero.
“E quale lupo vince?”
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.
“Quello a cui dai da mangiare di più.”

La giusta visione non è un’ideologia, un sistema o un cammino: è la visione profonda della realtà della vita, che ci riempie di comprensione, pace e amorevolezza. La giusta visione della realtà viene dall’osservazione profonda delle nostre percezioni, attraverso i tanti tipi di pratica.

Tutti noi abbiamo una certa idea di felicità e pensiamo che saremo felici solo a certe condizioni. Alla fine quelle condizioni risultano più importanti della realtà stessa al punto da impedirci la felicità che vogliamo.
Non percepiamo la felicità dov’è e quando c’è. Abbiamo la percezione personale che esista solo a certe condizioni: queste percezioni/condizioni si sostituiscono alla realtà staccandoci da essa e recidendo il collegamento tra noi e il resto del mondo.
La nostra e l’altrui felicità dipende molto dal nostro grado di giusta visione, perché quando abbiamo la giusta visione della realtà così com’è siamo in grado di capirla, accoglierla e usarne al meglio.
Non abbiamo più la pretesa di imporci sui fatti, ma maturiamo finalmente la capacità di viverli appieno.

2. Giusto pensare (Sarnyak samkalpa)
Quando la giusta visione è solida in noi, ecco che abbiamo anche il giusto pensare. E poiché il pensare conduce spesso all’azione ecco che il giusto pensare ci porterà, come una buona mappa, al giusto agire.

Il giusto pensare riflette le cose così come sono in realtà, come l’acqua calma riflette gli oggetti circostanti senza giudicarli, né trattenerli, né alterarli.

In pratica il giusto pensare è attivamente ostacolato dall’abitudine che le nostre menti hanno di “parlottare” continuamente. Solitamente pensiamo troppo e lo facciamo mentre facciamo tutt’altro rispetto al nostro pensiero: agiamo soprappensiero per una gran quantità di tempo.

Questo pensare è limitato nella sua utilità e non porta molta comprensione. Inoltre è molto stancante e frustrante proprio perché è inconcludente: è facile maturare ansia e scarsa stima di sé quando si pensa tanto, ma non si vedono i risultati sperati da tanto sforzo.
Il punto è questo più che pensare sono pensieri sparsi: è più che altro rumore di fondo, come quello che si avverte in una pizzeria troppo piena di clienti.

Come possiamo educarci al giusto pensare, se i nostri pensieri sono sfuggenti come i pesciolini nell’acqua?
Riunificare il corpo e la mente è la strada maestra per trovare la sincronia consapevole tra riflessione e azione. Da questo sorge pace e stabilità che ci educa al giusto pensare e che ci dà fiducia in noi stessi e nel nostro agire.
Quando pratichiamo uno dei tanti tipi di meditazione (silenziosa, camminata, guidata o il rilassamento profondo, tanto per citarne alcuni) riprendiamo contatto con il nostro corpo, il nostro respiro, la nostra presenza fisica e notiamo come non sia, né possa essere davvero divisa dalla nostra presenza mentale. Si impara ad osservare la realtà com’è, senza giudicarla e godendo di una chiara visione delle cose.

Ci sono 4 pratiche che ci aiutano in questo cammino:

  1. “Sei sicuro o sicura?” Noi agiamo sulla base non di ciò che è, ma di ciò che percepiamo che sia. Se vediamo un pezzo di tubo per innaffiare e lo scambiamo per un serpente avremo paura e soffriremo come se fosse un serpente vero. In mancanza di una giusta visione non eviteremo quella paura. È quindi molto importante ricordarsi di tanto in tanto che viviamo di percezioni e che spesso sono sbagliate o incomplete.
  2. “Cosa sto facendo?”. Come tutti possiamo notare passiamo molto tempo a pensare ad altro rispetto a ciò che facciamo in quel dato momento. È ben difficile che il risultato di un lavoro condotto così sia buono e ancora più difficilmente ci porterà soddisfazione e apprendimento. Chiedersi ‘cosa sto facendo’ significa – né più, né meno – riportare la nostra attenzione, la nostra consapevolezza, all’azione presente, al tempo di adesso, a noi stessi. Questa è una delle pratica più importante proprio perché coinvolge ogni singola azione, ogni giorno. Non è una pratica che possiamo sentire “molto formale” o “tipica della sala di meditazione”. È la pratica che cambia il nostro guidare, lavare i piatti, vestirsi, rispondere al telefono e ogni aspetto di ogni nostra azione.
  3. “Ciao, energia della mia abitudine”. Tendiamo restare molto attaccati alle nostre abitudini e a resistere all’idea di cambiare, anche quando ci fanno soffrire. Abbiamo imparato – spesso non sappiamo bene quando o da chi – a reagire o agire in certo modo e continuiamo a farlo ‘perché sì’. Occorre fermarsi. Respirare e osservare nel profondo riconoscendo che un’abitudine è un’abitudine. Non è inevitabile, non è ‘siamo fatti così’ e si può cambiare. In questo modo l’abitudine perde molto del suo potere su di noi.
  4. Mente amorevole (Bodhicitta). Perché fare “lo sforzo” di vivere consapevolmente? Perché una forza ci motiva e ci spinge: è il desiderio profondo di coltivare in noi la comprensione per portare la felicità a molti esseri, come tutti i Buddha prima di noi. Una comunità di persone che praticano questa stessa mente amorevole, che fugge ogni forma di violenza, è di enorme aiuto per poter costruire la propria Bodhicitta.
3. Giusto parlare (Samyag vac)
Tutti abbiamo subito quanto le parole possano ferire, umiliare, istigare all’odio e alla violenza. Eppure troviamo facile sentirci vittime, molto meno ricordarci di quando siamo stati carnefici.

La parola è uno strumento potente e come tale va amministrato con attenzione e amorevolezza.
Una storiella che l’americano Dan Millman mette in bocca a Socrate ci fornisce uno spunto interessante su come usare attenzione prima di parlare:

Socrate aveva reputazione di grande saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovarlo e gli disse:
– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?
– Prima di raccontare una cosa sugli altri, è bene prendersi il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?
– No… ne ho solo sentito parlare…
– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?
– Ah no! Al contrario
– Dunque – continuò Socrate – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È utile che io sappia cosa avrebbe fatto questo amico?
– No davvero.
– Allora – concluse Socrate – quel che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile. Perché quindi volevi dirmelo?

È indispensabile rendersi conto di quanto – soprattutto oggi – la parola e la sua diffusione siano diventate potenti e veloci. Una calunnia o una maldicenza può venire catapultata in poche ore ai quattro angoli del globo e ferire non sappiamo nemmeno chi per anni.

Lo stesso vale per lo scrivere. Prima di diffondere commenti e informazioni – non importa se sia sul primo quotidiano nazionale, su Facebook o sul giornalino della parrocchia – è indispensabile che ci fermiamo a chiederci se sia giusto farlo realmente (e non solo nella nostra idea non verificata di “giusto”). Una falsa notizia, pensiamo ad esempio in campo medico, può portare disperazione o indurre in errore centinaia di persone nei posti più impensabili.

Facciamo un esempio molto pratico e reale: nel 2000 circa un padre, Daniele Brandani, lanciò un appello via web per cercare informazioni per curare il cancro sconosciuto che stava uccidendo la sua bambina di 3 anni, Lucia.
Si generò presto una ‘catena di sant’Antonio’ in cui qualcuno, chissà perché, cancellò la data della diagnosi di Lucia. Successivamente l’appello venne ancora alterato per farlo sembrare “più nuovo” e quindi “più urgente”.
Nessuno si preoccupò di controllare le fonti prima di ripubblicare la notizia, che venne tradotta in molte lingue e negli anni oltre 12.000 persone si misero in contatto con il padre della bambina.
Lucia però morì quasi subito. Il padre dovette subire per anni il ricordo di quella morte in ogni email e contatto e rispiegare centinaia di volte che la bimba non ce l’aveva fatta. Rilasciò varie interviste. Pubblicò un appellò per spiegare la vicenda, ma non riuscì a fermare la cosa.
Infine, stravolto, chiuse l’email per non ricevere altri messaggi.
Chi pubblicò la notizia sarà anche stato pieno di buone intenzioni, ma le buone intenzioni da sole non portano necessariamente buoni risultati se non sono sostenute da attenzione, consapevolezza e un po’ di sano dubbio.

L’abitudine a parlare o scrivere male (sventatamente, crudelmente, superficialmente, falsamente) uccide la fiducia tra persone e quindi i rapporti umani che sono così importanti per noi tutti e causa molta sofferenza.
Non abbiamo certo bisogno di soffrire di più, quindi è bene parlare, e ancora di più scrivere, sempre con la massima consapevolezza e verità e con l’intento di portare pace e gioia, non astio e divisione.

Classicamente il giusto parlare (e il quindi anche il giusto scrivere) prevede:

  1. parlare e scrivere dicendo la verità. Se una cosa è verde, definitela verde, non rossa o viola.
  2. non parlare o scrivere con “due facce”, dicendo una cosa a una persona e tutt’altro all’altra.
  3. non parlare né scrivere con crudeltà, ingiuriando, maledicendo, minacciando o urlando.
  4. non esagerare, drammatizzare o abbellire, ma restare attaccati al reale che va descritto pacatamente così com’è.

Il giusto parlare e il giusto scrivere possono esserci solo quando c’è l’ascolto profondo e consapevole: questo ci permette di essere in contatto con l’altra persona e con i fatti, anziché innamorarci acriticamente delle nostre opinioni, che spesso finiamo per usare come delle armi.

4. La quarta verità: esiste una via che porta alla fine della sofferenza (Marga). È il Nobile Ottuplice Sentiero.

Più specificamente la quarta verità insegna che esiste una via, una pratica, che ci porta ad evitare di fare quelle cose che ci portano a soffrire: ci porta a capire come tagliare alla nostra sofferenza il cibo che la nutre e – quindi –  a farla appassire fino a scomparire.

Questa via è il Nobile Ottuplice Sentiero, che in cinese viene ancora più chiaramente definito “il cammino delle 8 buone pratiche”:

  1. giusta visione
  2. giusto pensare
  3. giusto parlare
  4. giusta azione
  5. giusto stile di vita e mezzi di sostentamento
  6. giusta diligenza
  7. giusta consapevolezza mentale
  8. giusta concentrazione

È importante, e molto, notare che in questo contesto la parola retto o giusto non è un giudizio morale o uno standard arbitrario imposto dall’alto. Giusto significa proficuo, che serve, lineare e che porta beneficio.
Dobbiamo quindi osservare con mente aperta e buon senso cosa è davvero benefico e utile e cosa appare benefico solo in teoria.

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