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Buddha, in Plum Village
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Zendo, Plum Village
Plum Village
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Meditazione camminata

La pratica zen nella tradizione di Thich Nhat Hanh

Come si svolge l'incontro di pratica.

La pratica di meditazione si svolge nello Zendo. Ci si incontra qualche minuto prima dell’inizio per salutarsi, accogliersi e prepararsi, cominciando a lasciare dietro di noi le tensioni e i pensieri della giornata.

Nello Zendo si entra senza scarpe, per tradizione, rispetto e praticità. È infatti un luogo che desideriamo conservare puro e si pratica a contatto con il pavimento: le scarpe porterebbero sporcizia a svantaggio di tutti.

Si entra con movimenti attenti e con un breve inchino verso il posto dove si trova la statua del Budda. La statua è in sé un insegnamento, una sorta di memo: ci mostra come sederci correttamente per praticare con profitto e, allo stesso tempo, ci ricorda che la scintilla della bodicitta è in ciascuno di noi e in ciascuno dei nostri compagni.

A questo punto ci si siede in cerchio per terra, sul cuscino o sul panchetto, oppure su una sedia se non si riesce a meditare inginocchiati. La posizione tradizionale è seduti sullo zafu, che poggia sopra lo zabuton, con le gambe incrociate nella posizione del loto o del mezzo loto. Il risultato è comunque più importante della tradizione: meditare su una sedia va bene lo stesso.

La persona che guida la meditazione scandisce ogni fase con il lieve suono di una campana. È un suono lungo e piacevole, lungo il quale si inizia a meditare.
Ci sono molte attività di meditazione, ma nella nostra tradizione 5 non devono mai mancare. Scopri più sotto quali, facendo click sulle icone per aprire la tendina di testo.

Budda in posizione del loto
Sedersi bene per meditare bene.
Non si dà mai troppa importanza alla giusta posizione per meditare e, per quanto sia un’attività molto semplice, è facile assumere posture scorrette che portano rigidità, dolorini, intorpidimenti, ciondolamenti. Il risultato è una pratica meno piacevole, più ricca di distrazioni, dove l’energia del corpo non scorre come dovrebbe: una pratica meno proficua.
Per praticare bene e spesso bisogna stare bene, diversamente saremo impediti nel nostro percorso e tenderemo a praticare poco.

La posizione più comune per la meditazione è quella seduta (altre sono quella sdraiata, eretta, camminata). Il suo scopo è restare vigili, facilitare la respirazione, mantenere il corpo “in silenzio”, cioè in uno stato in cui stimoli e movimenti sono pressoché assenti.
La stabilità della posizione è molto, molto importante. Se non siamo stabili tenderemo ad irrigidirci o a incurvarci e in generale saremo distratti dal problema.

  1. la stabilità dipende da tre punti: le due ginocchia, saldamente posate a terra e il coccige, saldamente posato sul cuscino o panchetto. Se siamo seduti non poggeremo le ginocchia, ma le piante dei piedi.
  2. il bacino va sostenuto più in alto delle ginocchia (a meno di lunghi anni di allenamento o di una innata e fortunata predisposizione)
  3. la colonna vertebrale deve essere eretta, ma senza rigidità
  4. il collo disteso ed elastico
  5. il mento leggermente piegato verso il petto, per eliminare tensioni nel collo e nella mascella
  6. la testa distesa, come se un filo ci tirasse dolcemente verso l’alto, dalla sommità del capo
  7. il viso disteso, neutro, con appena abbozzato un leggero sorriso
  8. le spalle ricadono morbide, leggermente aperte all’indietro per lasciare spazio alla cassa toracica e facilitare il respiro
  9. le mani sono poggiate sulle ginocchia o sulle cosce, oppure sono in una delle posizioni tradizionali dette mudra
1. Meditazione guidata
Al suono della campana inizia la meditazione.
Seduti in silenzio, con la fronte rivolta verso chi guida, si inizia a meditare seguendo il testo che la persona legge. Quando si presenta alla nostra mente un pensiero, lo lasciamo andare con gentilezza. Quando si presenta un’emozione o una sensazione, la osserviamo con rispetto, senza farci coinvolgere. Non giudichiamo noi stessi, né gli altri.

Gli occhi sono chiusi, o semi chiusi. Il corpo è stabile, ma non contratto.
Respiriamo godendoci ogni inspirazione e ogni espirazione, come se fosse l’unica attività realmente importante e significativa (e di fatto lo è: se non lo facessimo, saremmo morti…).

2. Meditazione camminata
Al suono della campana sciogliamo la posizione di zazen. Se ci fa piacere ci massaggiamo gambe e piedi, sciogliamo le spalle. Ci sorridiamo.
Ci alziamo, disponendoci in cerchio uno dietro l’altro. Chi guida può indicare due parole su cui portare l’attenzione (ad esempio: stabile, calmo). Iniziamo quindi a camminare in silenzio: ad un passo accompagniamo un inspiro, al successivo l’espiro.
Nel farlo osserviamo le parole suggerite: a un passo la prima, al successivo la seconda.
Osserviamo, senza giudicare, lodare o condannare, come cambia il nostro modo di muoverci, ci godiamo la lentezza e le sensazioni che ci arrivano dai piedi a contatto con il pavimento.

Nel quotidiano non camminiamo mai pensando a ciò che facciamo, ma sempre ad altro.
Osservare la nostra camminata è una pratica importante: nel farlo osserviamo noi stessi, il nostro corpo ed equilibrio e ci relazioniamo a tutti gli altri nello zendo. Questo ci ricorda che non siamo separati da loro, ma legati da gesti, contesti, tempi e progetti comuni.

3. Meditazione silenziosa
Dopo qualche giro di meditazione camminata siano tornati al nostro cuscino. Al suono della campana la meditazione camminata si interrompe e inizia la meditazione silenziosa.

Seduti in silenzio, con la fronte rivolta verso l’esterno (all’opposto di quanto fatto nella meditazione guidata), pratichiamo l’ascolto attento del respiro e delle sensazioni del corpo. Osserviamo la nostra posizione a partire dalle gambe, risalendo a ogni parte del corpo. Allo stesso modo osserviamo pensieri ed emozioni che si dovessero presentare: li mettiamo da parte, senza astio o giudizio, e torniamo ad osservare il respiro, godendo dell’aria che entra ed esce dalle narici.

4. Lettura
Al suono della campana sciogliamo la posizione e, se ci fa piacere, ci massaggiamo piedi e gambe. Ci sorridiamo ed iniziamo la lettura. Chi guida la meditazione ha già scelto un brano. A turno ogni praticante ne legge una parte, mentre gli altri ascoltano con attenzione.

Anche ascoltare la voce di chi legge è una pratica importante. Senza quella voce, alta o bassa, sciolta o esitante, giovane o vecchia, non potremmo ricomporre il senso complessivo del brano e la nostra comprensione non farebbe alcun progresso. Anche questo ci ricorda che ogni nostra azione e ogni nostro risultato è determinato dalla presenza di altri e che noi siamo ugualmente importanti per la loro crescita.

5. Condivisione
Al suono della campana, iniziamo la condivisione.
A turno, chi lo desidera prende la parola con il gesto del loto. Tutti gli altri lo accolgono con un lieve inchino di rispetto: questo gesto significa che presteremo alle parole di quella persona che parla tutta la nostra attenzione, con cuore pulito e mente aperta, senza giudicare e senza pensare ad altro.

La persona che ha preso la parola condivide con gli altri come è andata la meditazione, le impressioni e gli stimoli che ha ricevuto dalla lettura o gli avvenimenti che nel suo quotidiano sono stati un buon banco di prova della disciplina zen.

La condivisione è un’occasione importante, che è un peccato perdere.
Non è un obbligo: a volte desideriamo solo restare in silenzio. Ma è fondamentale lasciar andare la timidezza perché sappiamo che gli altri praticanti ci ascolteranno con rispetto e cura e ciò che possiamo offrire loro è davvero determinante.
Ognuno di noi è infatti diverso da tutti gli altri: ciò che noi non diremo, non verrà mai detto da nessun altro e andrà in un certo senso perduto.

La condivisione non è né deve diventare un dibattito o un botta e risposta su temi che nulla hanno a che fare con la pratica e i suoi scopi, ma è più che lecito esporre i propri dubbi e chiedere consiglio.

Al termine, dopo il suono di campana, ci alziamo.
Ci inchiniamo al sangha, cioè gli uni agli altri, e poi verso il Budda.
Ressettiamo lo zendo e i cuscini, lasciano tutto in ordine con cura, così come lo abbiamo trovato.
Uscendo, manteniamo toni e modi pacati, la voce bassa, i gesti attenti. E ci salutiamo con amorevolezza e rispetto, per ritrovarci la prossima volta.

Offerta di generosità (Dana)
Tradizionalmente gli insegnamenti sono considerati troppo preziosi per venire venduti e quindi non hanno prezzo.
Al termine di ogni incontro o ritiro, si lascia una piccola somma per un atto di generosità (Dana) che mira a aiutare il Sangha a pagare le spese (affitto, luce, eccetera). Nel nostro caso la Dana è di 5 euro.

Dana: significa “generosità”. In senso ampio come atteggiamento mentale, emotivo e comportamentale. Vivere secondo la Dana ci porta a riflettere, ad esempio, su quanto doniamo agli altri in termini di tempo, risorse, ascolto.
In senso più ristretto indica l’offerta che si lascia dopo l’incontro di pratica o quando si fa un ritiro.

Gesto del loto: si uniscono le mani palmo a palmo davanti al petto, come nella posizione di preghiera cristiana. Tra i due palmi leggermente piegati si lascia un piccolo vuoto: vista di fronte, la coppia delle due mani ricorda quindi il bocciolo di loto. Fatto questo, ci si inchina con rispetto.

Loto: è una pianta acquatica simile a una grande ninfea. È sacra in molte culture orientali come simbolo di purezza: sorge dal fango, ma la sua struttura permette che acqua e sporco scivolino via, lasciandolo il fiore e i suoi colori perfettamente puliti.

Sangha: è la comunità delle persone che praticano la meditazione.

Zendo: la sala di pratica, dove si svolge la meditazione.

Zafu: un cuscino a forma di ovale schiacciato, fermamente imbottito per risultare piuttosto consistente e reggere bene la colonna vertebrale.

Zabuton: un cuscino quadrato basso, simile per forma a una stuoia, che protegge le gambe dal freddo del pavimento.


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