Le 4 nobili verità

Sono 4 osservazioni della realtà dei fenomeni e descrivono l’origine e l’uscita dalla sofferenza, rendendo conto della natura profonda dell’esistenza.
Gautama Buddha comprese questi 4 fatti durante la meditazione nel Parco dei Cervi (o delle Gazzelle) di Sārnāth, presso Varanasi.
L’esposizione di queste 4 nobili verità segna l’inizio dell’insegnamento buddista: con esse, nella tradizione, si dice che il Buddha ha messo in moto la Ruota della Legge. 

 

Il Buddha, come spiega semplicemente Thay, non era un dio, ma una persona normale che soffriva come tutti. È stato proprio a partire da quella sofferenza che ha trovato la comprensione dell’esistenza e una via pratica per uscire, risolvere e trascendere la sofferenza e il dolore che questa porta.
Allo stesso modo la sofferenza che tutti sperimentiamo ci può svelare il cammino che porta al di là di essa: se non la sfuggiamo, ma la accogliamo con attenzione amorevole, la osserviamo per capirla, ne comprendiamo la causa e usiamo gli strumenti giusti per superarla.

Dopotutto non è difficile da capire e spesso già lo facciamo. Se siamo malati non facciamo finta di nulla, ma ci accorgiamo di soffrire, ascoltiamo i nostri sintomi cercando di comprenderli, chiediamo aiuto al medico e prendiamo le medicine che ci prescrive per guarire.
Comprendiamo quindi che la malattia esiste, che ha un’origine, che può finire, che esiste un modo per guarire e stare bene e seguiamo quel modo. Senza saperlo conosciamo ed applichiamo tutte e 4 le nobili verità:

  1. la sofferenza esiste
  2. la sofferenza ha un’origine
  3. la sofferenza ha una fine
  4. esiste una via, un cammino che porta alla fine della sofferenza

Se invece non abbracciamo la nostra sofferenza e la rifiutiamo, essa non avrà nulla di santo in serbo per noi e nel grande mare della sofferenza rischieremo di andare a perderci soffrendo sempre di più. La via che porta fuori dalla sofferenza (la quarta nobile verità) è il Nobile Ottuplice Sentiero, altro grande caposaldo del buddismo, che ci guida nelle scelte pratiche di tutti i giorni per vivere felici risolvendo la sofferenza nostra e altrui.

Thay spiega le 4 Nobili Verità e il Nobile Ottuplice Sentiero nel libro:
“Il cuore dell’insegnamento del Buddha – Le Quattro Nobili Verità, l’Ottuplice Sentiero e gli altri insegnamenti principali del Buddha nella loro attualità”
ed. Neri Pozza, 2000.

Per chiudere le tendine di testo, fate click sull’icona ci ciascun blocco di testo.


1. La prima verità: la sofferenza (dukka) esiste.
Tutti soffriamo a un certo punto, sia per motivi fisici, sia per motivi psicologici.
Ciò non significa che ogni essere vivente o ogni oggetto soffra in ogni momento e che la cessazione della sofferenza sia “altrove da qui e ora”. Non significa che “siamo nati per soffrire” e che dobbiamo soffrire a tutti i costi. Non implica che tutto soffre.
Significa semplicemente che la sofferenza esiste e non ci deve turbare oltre misura questo fatto: esiste la sofferenza, quanto esiste la gioia.

Dobbiamo riconoscere la presenza di questa sofferenza in noi, riconoscere quando c’è, di che natura è e quando cessa.
In pratica la prima nobile verità ci invita a imparare a non fuggire o nascondere o vergognarci della sofferenza, che è una condizione naturale, ma ad analizzarla e a chiamarne le caratteristiche con il loro vero nome. Più di tutto dobbiamo restare in contatto con essa senza fuggire, per poterla capire e superare.

La sofferenza dipende moltissimo dalle nostre percezioni ed anche per questo non è ineluttabile. Come tutte le cose, è impermanente e non durevole: come finisce la gioia, finisce anche la sofferenza. Avere ben presente questi fattori è di enorme aiuto per riconoscere, capire e quindi superare la nostra sofferenza.

2. La seconda verità: la sofferenza ha un inizio, un'origine (Samudaya).
Una volta preso il coraggio di guardare la nostra sofferenza per ciò che è, dobbiamo guardare profondamente in essa, per capire da dove si è originata.
Come ogni cosa la sofferenza sussiste e prosegue perché ci sono condizioni che la sostengono: cibi – diciamo così –  che la nutrono.
Dobbiamo quindi capire quali cibi materiali e spirituali la stanno sostenendo, rendendoci impossibile porre fine alla sofferenza.
Questi cibi sono molti e vari: fisici (alcol, droga, cibo spazzatura, fumo, tanto per citare i più ovvi) o spirituali (stimoli visivi, situazioni morbose, attaccamenti, percezioni erronee, eccetera).
Tradizionalmente vengono raggruppati in 4 tipi di nutrimenti che supportano o meno la sofferenza nostra e degli altri:

  1. cibo: ciò che mangiamo o beviamo e quindi ciò che decidiamo di produrre, esportare, importare, vendere, con tutte le conseguenze che questo comporta.
  2. impressioni dei sensi: ciò che colpisce la nostra vista, udito, odorato, gusto, corpo e mente.
  3. intenzione: ciò che desideriamo ottenere con la nostra volontà e per il quale lavoriamo continuamente, sia che ce ne accorgiamo sia che non ne siamo consapevoli.
  4. consapevolezza: la somma di tutti i semi piantati in noi da ciò che abbiamo fatto e da ciò che ha fatto la nostra famiglia e la nostra società. Possiamo nutrire i semi positivi dell’amore, gioia, compassione ed equanimità oppure con astio, avidità, ignoranza e vendetta. I diversi risultati saranno ovvi.

Man mano che diventiamo più esperti e più convinti nella nostra ricerca diventiamo anche più acuti nell’osservazione: ci accorgiamo meglio di cosa ci sta trascinando nella sofferenza e di cosa dobbiamo e possiamo lasciar andare per superarla.

3. La seconda verità: la sofferenza ha una fine (Nirodha).
Ecco la buona notizia che aspettavamo: la sofferenza ha un termine. Così come ha avuto un’origine, ha anche una fine una volta che le condizioni della sofferenza vengano a mancare. Ecco che esiste quindi sia la gioia, sia la felicità, sia il benessere che ognuno di noi ha già sperimentato innumerevoli volte in avvenimenti grandi e piccoli.
4. La quarta verità: esiste una via che porta alla fine della sofferenza (Marga). È il Nobile Ottuplice Sentiero.

Più specificamente la quarta verità insegna che esiste una via, una pratica, che ci porta ad evitare di fare quelle cose che ci portano a soffrire: ci porta a capire come tagliare alla nostra sofferenza il cibo che la nutre e – quindi –  a farla appassire fino a scomparire.

Questa via è il Nobile Ottuplice Sentiero, che in cinese viene ancora più chiaramente definito “il cammino delle 8 buone pratiche”:

  1. giusta visione
  2. giusto pensare
  3. giusto parlare
  4. giusta azione
  5. giusto stile di vita e mezzi di sostentamento
  6. giusta diligenza
  7. giusta consapevolezza mentale
  8. giusta concentrazione

È importante, e molto, notare che in questo contesto la parola retto o giusto non è un giudizio morale o uno standard arbitrario imposto dall’alto. Giusto significa proficuo, che serve, lineare e che porta beneficio.
Dobbiamo quindi osservare con mente aperta e buon senso cosa è davvero benefico e utile e cosa appare benefico solo in teoria.

Copyright 2015 Campana di Consapevolezza | presso Palladino, via Tenivelli 15 - 10144 Torino (TO)